La morte davanti a un figlio: quando la violenza entra nella normalità
Ci sono notizie che non colpiscono soltanto per la loro violenza. Colpiscono perché sembrano rivelare qualcosa di più profondo, di più inquietante, quasi una crepa morale che si allarga sotto i nostri piedi. In questi giorni mi ha colpito il modo assurdo in cui è morto Giacomo Bongiorni a Massa: aggredito in pieno centro, davanti al figlio di undici anni, per un richiamo che in una società normale avrebbe dovuto generare al massimo una discussione, non certo una morte. E quando una persona muore così, non muore soltanto per il colpo ricevuto o per la caduta: muore anche dentro un clima, dentro una cultura, dentro un’aria collettiva che ormai sembra aver abbassato drammaticamente la soglia del rispetto per la vita umana. (ANSA.it)
Willy Monteiro e la cultura del branco che non abbiamo mai fermato
Viene inevitabilmente in mente Willy Monteiro Duarte, il ragazzo ucciso a Colleferro mentre cercava di aiutare un amico. Anche lì non c’era una guerra, non c’era una giungla, non c’era una situazione estrema. C’era la vita quotidiana. C’era una serata come tante. Eppure quella normalità si trasformò in branco, in esibizione di forza, in violenza usata come linguaggio, come prova di dominio, come spettacolo. Willy non è morto solo per la ferocia di chi lo ha colpito. È morto anche perché da troppo tempo stiamo tollerando una cultura in cui l’aggressività viene scambiata per carattere, la prepotenza per carisma, l’umiliazione dell’altro per vittoria. (Sky TG24)
Quando la forza diventa spettacolo e l’umanità scompare
Poi c’è la guerra, che molti continuano a percepire come un mondo separato, lontano, quasi astratto, finché non compare l’immagine di un ospedale colpito, di persone ferite mentre erano già nel luogo deputato a essere salvate. A marzo 2026 Reuters ha riferito di danni al Gandhi Hospital di Teheran durante i raid sull’Iran, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità ha parlato dell’evacuazione dell’ospedale dopo le esplosioni e della verifica di altri possibili attacchi a strutture sanitarie. In guerra accade questo: il confine tra bersaglio e non bersaglio si consuma, si giustifica l’ingiustificabile, si accetta che i civili paghino il prezzo di decisioni prese da altri. Ma un ospedale colpito non è solo un fatto militare: è un simbolo terribile del crollo della civiltà, perché persino il luogo della cura smette di essere inviolabile. E invece il diritto internazionale umanitario protegge in modo specifico gli ospedali civili e il personale sanitario proprio perché esistono limiti che, anche nella guerra, dovrebbero restare invalicabili. (Reuters)
La guerra e l’illusione che il dolore sia sempre lontano
Noi italiani, oltretutto, non dovremmo neppure avere la tentazione di considerare tutto questo come qualcosa che riguarda solo “gli altri”. Durante la Seconda guerra mondiale anche l’Italia conobbe sulla propria pelle il bombardamento delle città e la strage dei civili: gli studi storici parlano di decine di migliaia di morti civili sotto le bombe alleate. Questo non serve a fare classifiche del dolore, né a relativizzare le responsabilità. Serve a ricordare che quando la guerra entra nelle case, negli ospedali, nelle scuole e nelle strade, il primo grande sconfitto non è mai un esercito: è l’umanità stessa. (library.oapen.org)
Quando la vendetta prende il posto della giustizia
E poi c’è quella cronaca che apparentemente qualcuno vorrebbe liquidare con una frase brutale: “Se l’è cercata”. Il caso di Viareggio, con la donna accusata di avere investito più volte l’uomo che le aveva rubato la borsa, è uno di quei fatti che spaccano immediatamente l’opinione pubblica. Da una parte c’è chi parla di esasperazione, dall’altra chi vede un confine superato in modo irreparabile. Ma il punto vero, per me, è un altro: nel momento in cui la vendetta diventa un gesto accettabile, perfino comprensibile, perfino applaudibile, allora significa che stiamo scivolando in una società in cui il valore della vita non dipende più dall’essere umano in sé, ma dal giudizio emotivo che noi diamo su quella persona. Se ha sbagliato, se ci ha feriti, se ci ha fatto paura, allora per qualcuno la sua vita pesa di meno. Ed è qui che inizia il precipizio. (Sky TG24)
Il confine sottile tra esasperazione e disumanizzazione
Il punto, allora, non è solo la cronaca nera. Il punto è il clima culturale in cui questa cronaca prende forma. Viviamo in un tempo in cui sempre più spesso il linguaggio pubblico è intriso di schiacciamento, sopraffazione, annientamento del nemico. Bisogna asfaltare, demolire, umiliare, cancellare. Bisogna vincere, non convincere. Bisogna esporre la testa dell’avversario, non capire da dove venga il conflitto. E quando questo linguaggio scende dall’alto, quando viene normalizzato da chi ha potere politico, economico o mediatico, allora lentamente contagia tutto il resto: i social, le piazze, i rapporti umani, il modo in cui giudichiamo la fragilità degli altri. Anche la ricerca e l’analisi sui processi di deumanizzazione mostrano da anni che il linguaggio che disumanizza facilita la violenza e normalizza pratiche che in una democrazia dovrebbero apparire ripugnanti. (OHCHR)
Il linguaggio della violenza: asfaltare, distruggere, annientare
Secondo me il problema più grande del nostro tempo è proprio questo: non stiamo solo diventando più arrabbiati, più impazienti o più aggressivi. Stiamo diventando più indifferenti al mistero e al valore della vita. Una volta, almeno idealmente, si educava al limite. Oggi si educa alla prestazione, all’affermazione, alla reazione immediata. Una volta esisteva l’idea che la forza vera fosse sapersi fermare. Oggi, troppo spesso, la forza viene confusa con la capacità di travolgere. Una volta ci si vergognava della crudeltà. Oggi talvolta la crudeltà viene condivisa, commentata, tifata.
La perdita del limite: il vero problema del nostro tempo
Eppure la civiltà nasce esattamente nel punto opposto. Nasce quando si decide che non tutto ciò che si può fare si deve fare. Nasce quando si riconosce che anche chi sbaglia resta umano. Nasce quando perfino la guerra si prova a limitarla, proprio perché senza limiti l’uomo regredisce. Nasce quando si capisce che il dolore dell’altro non è un argomento, non è un contenuto, non è un’occasione di schieramento, ma una ferita che riguarda tutti.
Il valore della vita non può essere negoziabile
Forse il senso della vita oggi sembra più basso perché abbiamo iniziato a misurare tutto in termini di potenza, utilità, visibilità, appartenenza. Vale chi vince. Vale chi domina. Vale chi urla più forte. Vale chi si impone. Ma una società che ragiona così finisce inevitabilmente per svalutare chi è fragile, chi perde, chi cade, chi sbaglia, chi si trova dalla parte sbagliata della storia o semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ed è allora che il morto di Massa, Willy, il civile sotto le bombe, il ferito in ospedale, il ladro travolto in strada, smettono di essere persone e diventano funzioni narrative: il buono, il cattivo, il simbolo, il bersaglio, il danno collaterale.
Io credo invece che la domanda decisiva sia un’altra. Non che cosa abbia fatto quella persona. Non da che parte stesse. Non se la sua morte possa essere spiegata, incasellata, usata per confermare una tesi. La domanda vera è: perché stiamo diventando una società che sempre più spesso si abitua all’idea che una vita possa essere spenta così, e che la cosa più importante da fare dopo sia soltanto tifare?
Quando iniziamo a fare eccezioni, perdiamo tutto
Quando una società perde il senso del limite, perde anche il senso del sacro. E non parlo necessariamente di religione. Parlo di quel nucleo essenziale che dovrebbe farci fermare davanti a ogni essere umano e dirci: qui c’è una vita, qui c’è qualcosa che non può essere trattato come un oggetto, come un ostacolo, come una pedina, come uno scarto. Se perdiamo questo, perdiamo tutto. Perdiamo la bussola. Perdiamo i valori. Perdiamo la capacità di distinguere la giustizia dalla vendetta, la forza dalla brutalità, la sicurezza dalla disumanizzazione.
Ritrovare la bussola: cosa significa essere ancora umani oggi
E allora forse il compito, oggi, non è solo indignarsi per l’ennesima notizia tremenda. Il compito è ricominciare a dire con chiarezza una cosa che dovrebbe essere ovvia e che invece non lo è più: la vita umana vale. Vale sempre. Vale anche quando ci costa fatica ammetterlo. Vale anche quando siamo arrabbiati. Vale anche quando abbiamo paura. Vale anche quando il mondo intero sembra urlarci il contrario. Perché nel momento in cui iniziamo a fare eccezioni, nel momento in cui decidiamo che alcune vite valgono meno, abbiamo già aperto la porta alla barbarie.
Fonti
ANSA e RaiNews sul caso di Giacomo Bongiorni a Massa, aggredito davanti al figlio di 11 anni. (ANSA.it)
Sky TG24 e fonti di approfondimento sul caso Willy Monteiro Duarte e sull’iter processuale. (Sky TG24)
Reuters e WHO sul Gandhi Hospital di Teheran e sui danni alle strutture sanitarie durante i raid di marzo 2026. (Reuters)
ICRC e Convenzioni di Ginevra sulla protezione degli ospedali civili nei conflitti armati. (ICRC IHL Databases)
Studi storici sui bombardamenti alleati e le vittime civili in Italia durante la Seconda guerra mondiale. (library.oapen.org)
Sky TG24 e Corriere Fiorentino sul caso di Viareggio della donna accusata di aver investito più volte lo scippatore. (Sky TG24)
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