Sull’Etna, sopra qualcosa di vivo
Sono arrivato in Sicilia con un obiettivo ben preciso: da lì a pochi giorni sarei partito in catamarano per due settimane tra la costa siciliana e le isole Eolie. Era uno di quei viaggi che ti rimangono addosso ancora prima di iniziare, ma prima del mare, prima del vento e della libertà totale che solo la vela sa dare, c’era una cosa che volevo fare a tutti i costi: salire sull’Etna, che ho sempre voluto visitare vedendolo dal mare, vedendolo addirittura eruttare in un trasferimento e coronando che il sogno di mia Madre Silvana che ci sarebbe voluta andare a vedere la sciarpa di lava.
Non è stata una semplice escursione, e già lo capisci mentre ti avvicini. L’Etna non è una montagna qualsiasi, è un organismo vivo, qualcosa che respira sotto i tuoi piedi e che in qualsiasi momento può ricordarti chi comanda davvero. Siamo arrivati in macchina fino ai punti autorizzati, dove iniziano le aree gestite dal parco e dove operano i mezzi dell’osservatorio vulcanologico. Da lì in poi si sale con veicoli adatti, di quelli che sembrano più da spedizione che da turismo, e già durante il tragitto il paesaggio cambia in modo netto, quasi violento. Il verde sparisce, lascia spazio al nero della lava solidificata, poi al grigio, poi a un senso di vuoto che sembra quasi lunare.
È una salita che ti mette addosso una sensazione difficile da spiegare. Non è paura vera e propria, ma non è nemmeno tranquillità. È più un rispetto istintivo, qualcosa che senti senza bisogno di pensarci troppo. Sai che stai andando sopra qualcosa che non è stabile, qualcosa che non è finito, qualcosa che è ancora in evoluzione.
Arrivati in cima, il colpo d’occhio è incredibile. Il paesaggio è duro, quasi ostile, ma allo stesso tempo affascinante in modo primitivo. Rocce contorte, crepe, stratificazioni che raccontano eruzioni passate e ti fanno capire che quella è solo una pausa, non la fine. Il silenzio è particolare, non è quello rilassante della montagna o quello aperto del mare, è un silenzio che pesa, perché sai che sotto non è tutto fermo.
E poi succede una cosa che cambia completamente la percezione del momento. Il vulcano inizia a emettere fumi. Niente di spettacolare come nei video delle grandi eruzioni, nessuna lava che scorre, nessuna esplosione, ma proprio per questo è ancora più reale. Il vento cambia e a un certo punto quei fumi iniziano ad arrivare verso di noi. L’odore è forte, lo zolfo si sente subito, l’aria cambia e capisci che non è più solo una visita, sei dentro qualcosa che si sta muovendo davvero.










Non c’è bisogno che qualcuno lo dica ad alta voce, ma si capisce che è il momento di andare via. Gli operatori sono abituati, sanno leggere questi segnali molto meglio di chiunque altro, e infatti si rientra senza discussioni. È in quel momento che realizzi una cosa molto semplice ma molto chiara: sull’Etna non sei tu a decidere quanto restare.
Ripensandoci negli anni successivi, soprattutto guardando i video delle eruzioni con i turisti che scappano tra fumo e colate, ho rivissuto esattamente quella sensazione. Quel brivido sottile che non è panico, ma è consapevolezza. Consapevolezza che sei sopra qualcosa di vivo, qualcosa che non puoi controllare.



L’Etna, d’altronde, è uno dei vulcani più attivi al mondo, il più alto d’Europa, e la sua storia è antichissima. I Greci lo immaginavano come la fucina di Efesto, il dio del fuoco, mentre i Romani lo associavano a Vulcano, segno che già migliaia di anni fa l’uomo cercava di dare un senso a quella potenza con la mitologia. Oggi sappiamo che tutto nasce dal movimento profondo delle placche terrestri, dall’incontro tra quella africana e quella euroasiatica, ma la sensazione che si prova lì sopra è rimasta la stessa di allora: piccola, umana, fragile.
Quella giornata sull’Etna è rimasta con me più di quanto pensassi. Non solo per la bellezza del paesaggio, ma per quella percezione precisa e quasi fisica di essere sopra qualcosa che respira. Qualcosa che può cambiare tutto in pochi minuti. E forse è proprio questo il motivo per cui vale la pena andarci: non solo per vedere un vulcano, ma per ricordarsi che la Terra sotto i nostri piedi non è affatto immobile.

