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Che mondo ci aspetta nel 2036? Tra guerre, intelligenza artificiale e il futuro della nostra civiltà

Una riflessione nata durante una normalissima cena, tra un piatto di cozze, i progetti per il futuro e una domanda che forse dovremmo farci tutti: dove stiamo andando?

17 ottobre 2026

Questa sera sono a cena con un’amica. Stiamo preparando delle cozze e, tra una chiacchiera e l’altra, ci mettiamo a parlare di quanto siano ancora uno degli alimenti più economici che si possano portare in tavola. Una conversazione assolutamente normale. Eppure, a un certo punto, mi viene in mente qualcosa di completamente diverso.

In questi mesi sto lavorando a diversi progetti. Gestisco le mie proprietà immobiliari, sviluppo strumenti informatici con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, ragiono su nuovi investimenti e sto persino valutando l’acquisto di una barca a vela. Insomma, continuo a progettare, costruire e immaginare il mio futuro. Poi, improvvisamente, mi fermo a riflettere. Ma il mondo nel quale sto costruendo tutto questo, tra dieci anni, come sarà?

Guardo quello che sta succedendo intorno a noi: l’Ucraina, la Russia, gli Stati Uniti, la Cina, le tensioni in Medio Oriente, l’Europa che cerca di ridefinire il proprio ruolo, Elon Musk, Starlink e il crescente potere delle grandi aziende tecnologiche. E mi viene una domanda ancora più grande: come sarà la nostra civiltà nel 2036? Non parlo semplicemente di economia o di politica, ma del mondo che conosciamo, del nostro modo di vivere, lavorare, viaggiare, comunicare e, soprattutto, della libertà di progettare il futuro.

Un mondo tecnologicamente avanzatissimo, ma politicamente instabile

Viviamo in un periodo storico piuttosto contraddittorio. Da una parte abbiamo raggiunto livelli di sviluppo tecnologico straordinari. Abbiamo satelliti che garantiscono comunicazioni praticamente ovunque, intelligenze artificiali capaci di svolgere compiti complessi, robot sempre più sofisticati e una medicina che continua a compiere progressi. Dall’altra parte, continuiamo a farci la guerra. E non guerre primitive combattute con strumenti rudimentali, ma conflitti nei quali droni, satelliti, missili, algoritmi e sistemi informatici convivono con trincee e bombardamenti che ricordano il secolo scorso.

Pensiamoci un momento. Abbiamo sviluppato tecnologie che permettono a due persone, situate agli estremi opposti del pianeta, di comunicare istantaneamente. Eppure non siamo ancora riusciti a costruire un sistema internazionale capace di impedire stabilmente le guerre. Non è un paradosso da poco.

Il SIPRI, l’istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, ha calcolato che nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, con un aumento reale del 2,9% rispetto all’anno precedente. Una cifra enorme, che non significa automaticamente che ci stiamo avvicinando a una terza guerra mondiale, ma che racconta un mondo nel quale molti governi avvertono la necessità di prepararsi a scenari di maggiore insicurezza.

Uno degli episodi che mi ha fatto riflettere maggiormente riguarda le recenti limitazioni ai servizi satellitari utilizzati dall’esercito ucraino. Nell’ottobre 2026 sono emerse notizie sulle restrizioni imposte a Starshield, il sistema militare sviluppato da SpaceX e basato sull’infrastruttura satellitare Starlink. Secondo quanto ricostruito da Reuters il 15 ottobre, citando funzionari statunitensi e occidentali, l’indicazione di limitare il servizio sarebbe arrivata dall’interno della Casa Bianca. Non è stato però identificato pubblicamente il responsabile della decisione e un alto funzionario americano ha negato che l’ordine provenisse personalmente dal presidente. Le limitazioni hanno interferito con alcune operazioni militari ucraine, comprese attività che utilizzano droni.

Al di là delle responsabilità specifiche, mi interessa un altro aspetto. Ci rendiamo conto che un intero esercito può arrivare a dipendere dalle infrastrutture tecnologiche di un’azienda privata e dalle decisioni del governo di un altro Paese? Questo significa che una parte del potere mondiale non risiede più soltanto negli Stati, nei parlamenti o nelle forze armate tradizionali. Risiede anche nelle infrastrutture digitali.

Chi controlla i satelliti, le reti di comunicazione, i semiconduttori, i grandi centri di calcolo e le piattaforme informatiche può esercitare un’influenza enorme. E il punto non è stabilire se Elon Musk sia buono o cattivo, ma comprendere quanto possa diventare delicata la dipendenza da sistemi che non controlliamo direttamente. Da ex sistemista informatico, questo concetto mi è particolarmente familiare: quando un’infrastruttura è essenziale, bisogna sempre chiedersi chi la controlla e che cosa succede se smette di funzionare. Vale per un server aziendale. Figuriamoci per le comunicazioni di un Paese in guerra.

L’intelligenza artificiale potrebbe cambiare il mondo più di molte decisioni politiche

C’è poi un’altra rivoluzione in corso, della quale mi sto rendendo conto personalmente: l’intelligenza artificiale. Chi legge il mio blog sa che negli ultimi tempi mi sto interessando molto a questi sistemi, non soltanto per curiosità. Li utilizzo concretamente per lavorare. Sto sviluppando applicazioni informatiche, sistemi di analisi e strumenti per la gestione aziendale che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto risorse e competenze di sviluppo molto più difficili da mettere insieme.

Non significa che basti fare una domanda a ChatGPT per ottenere automaticamente un software affidabile. Ci sono errori, verifiche, test e parecchio lavoro. Ma la differenza rispetto al passato è impressionante. Ed è qui che mi domando: se tutto questo è già possibile nel 2026, che cosa potremo fare nel 2036?

Potremmo trovarci davanti ad aziende nelle quali una buona parte delle attività amministrative viene svolta automaticamente, programmi capaci di comunicare tra loro, analizzare dati, individuare anomalie e assistere le persone in decisioni sempre più complesse. Potremmo assistere a enormi trasformazioni nella medicina, nella ricerca scientifica, nei trasporti e nella produzione industriale. Ma anche nel mercato del lavoro.

Che cosa succederà a tutte quelle professioni nelle quali una parte importante del valore consiste nell’elaborare informazioni? Non credo che la risposta sia semplicemente: «I robot ci ruberanno il lavoro». Alcune professioni potrebbero scomparire, altre trasformarsi e altre ancora nascere. Il vero rischio è che la velocità della trasformazione tecnologica superi la capacità delle persone, delle aziende e delle istituzioni di adattarsi. Potremmo diventare una civiltà immensamente più produttiva, senza essere necessariamente una civiltà più equilibrata.

Ma l’economia mondiale sta davvero andando verso il collasso?

Nonostante il clima internazionale, i numeri raccontano una realtà meno semplice di quanto sembri. Nel World Economic Outlook pubblicato il 13 ottobre 2026, il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita dell’economia mondiale del 3,1% nel 2026 e del 3,4% nel 2027. Naturalmente si tratta di previsioni, non di risultati garantiti, e lo stesso Fondo Monetario segnala rischi legati ai conflitti, all’energia, ai debiti pubblici e alle aspettative sugli investimenti nell’intelligenza artificiale.

Il mondo può quindi attraversare tensioni geopolitiche molto gravi e continuare, contemporaneamente, a svilupparsi economicamente. Non tutti cresceranno allo stesso modo, non tutti beneficeranno del progresso e alcune economie potrebbero attraversare crisi molto serie. Tuttavia, parlare genericamente di un collasso imminente della civiltà non sarebbe un’analisi sufficientemente fondata. Forse quello che ci aspetta non è la fine del mondo che conosciamo, ma una sua profonda riorganizzazione.

Energia, cambiamento climatico e risorse

Un altro elemento che considero fondamentale riguarda l’energia. La nostra civiltà funziona grazie a una quantità immensa di energia: elettricità, trasporti, riscaldamento, industria, comunicazioni. Praticamente tutto quello che utilizziamo ne dipende. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la domanda mondiale di elettricità dovrebbe crescere mediamente del 3,6% all’anno tra il 2026 e il 2030, sostenuta dall’industria, dai veicoli elettrici, dalla climatizzazione e dai centri dati.

E qui si apre un’altra contraddizione. Vogliamo elettrificare sempre più attività per ridurre determinate emissioni e, nello stesso tempo, continuiamo ad aumentare il nostro fabbisogno elettrico. Sarà quindi indispensabile sviluppare reti, produzione, accumulo ed efficienza energetica. E tutto questo mentre dobbiamo confrontarci con il cambiamento climatico, che non è una questione astratta o confinata al prossimo secolo.

Basti pensare alle nostre città costiere, alle ondate di calore, agli eventi meteorologici estremi e alle conseguenze sulle attività turistiche. Da persona che vive tra Riccione e Genova, e che ama profondamente il mare, sono questioni che mi riguardano direttamente.

Il 2036: tre futuri possibili

Naturalmente nessuno possiede una sfera di cristallo. Possiamo però immaginare tre scenari.

Il primo è quello di un mondo che riesce a trovare nuovi equilibri. Le guerre vengono progressivamente contenute o risolte, la cooperazione internazionale si rafforza e le tecnologie aumentano la produttività e migliorano la qualità della vita. Non sarebbe un mondo perfetto, ma potrebbe essere decisamente migliore di quello attuale sotto molti aspetti.

Il secondo è quello di un mondo che continua a progredire, ma diventa sempre più frammentato. Stati Uniti, Cina, Europa e altre potenze competono per il controllo delle tecnologie, dell’energia e delle infrastrutture strategiche. Il commercio continua, le persone viaggiano, le imprese lavorano, ma le tensioni rimangono elevate. Le crisi diventano qualcosa con cui convivere.

Il terzo è quello di un deterioramento molto più serio degli equilibri internazionali. Nuovi conflitti, crisi energetiche, interruzioni delle catene di approvvigionamento e instabilità economica potrebbero compromettere il benessere di milioni di persone.

Non abbiamo elementi sufficienti per assegnare probabilità affidabili a questi tre scenari sull’intero decennio. Personalmente, però, considero particolarmente importante prepararsi a un mondo nel quale progresso tecnologico e instabilità geopolitica possano convivere a lungo.

E allora ha ancora senso investire, costruire e fare progetti?

Questa, alla fine, è la domanda che mi riguarda più direttamente. Io continuo a lavorare, investire nelle mie attività, sviluppare nuove idee e ragionare sul futuro. E continuo a pensare alla mia barca a vela. Ma forse oggi, più di ieri, è necessario costruire progetti che siano in grado di affrontare anche condizioni meno favorevoli di quelle immaginate.

Avere margini economici sufficienti, contenere le dipendenze tecnologiche, mantenere capacità di adattamento e non dare per scontato che le condizioni attuali rimarranno immutate. In fondo è qualcosa che chi va per mare conosce piuttosto bene. Quando si pianifica una navigazione, si studia il meteo, si prepara la rotta e si valutano le alternative. Ma non si può pretendere che il vento segua esattamente le nostre previsioni. Bisogna essere pronti a cambiare rotta.

Questo non significa rinunciare a partire. Significa partire preparati. E forse vale anche per la vita, per gli investimenti e per il futuro della nostra civiltà.

Il problema più grande potrebbe non essere la tecnologia. Potremmo essere noi.

Se ripenso alla storia dell’umanità, mi colpisce sempre una cosa. Siamo riusciti a costruire città straordinarie, attraversare oceani, comprendere una parte delle leggi dell’universo, andare sulla Luna, sviluppare vaccini e creare strumenti capaci di elaborare quantità immense di informazioni. Eppure continuiamo a incontrare difficoltà enormi quando dobbiamo collaborare, distribuire risorse, prevenire conflitti e prendere decisioni collettive.

La velocità del progresso tecnologico non coincide necessariamente con quella del progresso sociale. E questa, secondo me, sarà una delle grandi questioni del prossimo decennio. Nel 2036 potremmo essere molto più potenti tecnologicamente di quanto siamo oggi. Ma saremo anche diventati abbastanza maturi da utilizzare responsabilmente quella potenza?

Non lo so. Non credo che il futuro sia già scritto e non credo neppure che abbia senso affrontarlo vivendo nella paura permanente di ciò che potrebbe accadere. Credo però sia importante continuare a porsi delle domande, cercare informazioni attendibili e mantenere una certa indipendenza di pensiero. Perché alla fine, tra guerre, politica, energia, economia e intelligenza artificiale, c’è una cosa che non dovremmo dimenticare: il futuro non è soltanto qualcosa che ci accadrà. È anche il risultato delle scelte che stiamo facendo oggi.

E così torno alla mia cena. Le cozze sono quasi pronte. Fa quasi sorridere pensare che una riflessione sul destino della civiltà umana possa nascere mentre si prepara un piatto così semplice. Ma forse è proprio questo il bello della curiosità. Si parte da una cosa piccolissima e, senza nemmeno accorgersene, si finisce a interrogarsi sull’intero pianeta.

E mentre continuo a immaginare i miei prossimi dieci anni, mi piacerebbe sapere che cosa ne sarà del mondo che li ospiterà.


Fonti principali e approfondimenti

Le considerazioni relative al 2036 sono riflessioni personali e scenari ipotetici, non previsioni scientifiche degli eventi futuri.

Stephen Kleckner

Stephen Augustus Kleckner è un imprenditore italiano ed ex sistemista informatico. Nato a Riccione e cresciuto tra Romagna e Liguria, ha sviluppato fin da giovane una visione indipendente e curiosa del mondo. Dopo un percorso nella tecnologia e nell’analisi dei sistemi, oggi opera nel settore degli appartamenti ad uso turistico, affiancando competenze tecniche a esperienza imprenditoriale. Ha fondato RICCIONE TV e ha lavorato nella comunicazione digitale e nella produzione video. Ha svolto il servizio militare nell’Aeronautica Militare e ha seguito corsi universitari di fisica. Appassionato di mare e navigazione, ha percorso oltre 50.000 miglia a vela e circumnavigato più volte l’Italia. Pratica nuoto e trekking, ama la natura e lo sci. È profondamente interessato alla fisica, al pensiero scientifico e alla comprensione dei fenomeni complessi. Mantiene uno sguardo critico su pseudoscienza, fake news ed estremismi, privilegiando sempre spiegazioni basate su evidenze verificabili. Tra le sue passioni personali ci sono i LEGO, Star Trek e le auto d’epoca, in particolare una Mini Morris del 1964. Nel suo blog condivide riflessioni, esperienze reali e analisi su scienza, relazioni e realtà contemporanea, con un approccio diretto e senza filtri.

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Stephen Augustus Kleckner è un imprenditore italiano ed ex sistemista informatico. Nato a Riccione e cresciuto tra Romagna e Liguria, ha sviluppato fin da giovane una visione indipendente e curiosa del mondo. Dopo un percorso nella tecnologia e nell’analisi dei sistemi, oggi opera nel settore degli appartamenti ad uso turistico, affiancando competenze tecniche a esperienza imprenditoriale. Ha fondato RICCIONE TV e ha lavorato nella comunicazione digitale e nella produzione video. Ha svolto il servizio militare nell’Aeronautica Militare e ha seguito corsi universitari di fisica. Appassionato di mare e navigazione, ha percorso oltre 50.000 miglia a vela e circumnavigato più volte l’Italia. Pratica nuoto e trekking, ama la natura e lo sci. È profondamente interessato alla fisica, al pensiero scientifico e alla comprensione dei fenomeni complessi. Mantiene uno sguardo critico su pseudoscienza, fake news ed estremismi, privilegiando sempre spiegazioni basate su evidenze verificabili. Tra le sue passioni personali ci sono i LEGO, Star Trek e le auto d’epoca, in particolare una Mini Morris del 1964. Nel suo blog condivide riflessioni, esperienze reali e analisi su scienza, relazioni e realtà contemporanea, con un approccio diretto e senza filtri.

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