Quando in Italia si parla di “Bolkestein”, in realtà si usa una scorciatoia giornalistica. Il riferimento corretto è alla direttiva europea 2006/123/CE sui servizi nel mercato interno, e soprattutto al suo articolo 12: quello che impone procedure imparziali e trasparenti quando il numero delle autorizzazioni disponibili è limitato a causa della scarsità della risorsa naturale. Nel caso delle spiagge, la “risorsa scarsa” è evidente: il litorale utile non è infinito, e quindi non può essere assegnato con rinnovi automatici all’infinito. La Corte di giustizia UE lo ha chiarito già nel 2016 con la sentenza Promoimpresa, e lo ha richiamato ancora nel 2025 nel caso Balneari Rimini, ribadendo che le concessioni balneari non sono “concessioni di servizi” in senso tecnico, ma rientrano comunque nel regime autorizzatorio della direttiva servizi.
Questo è il punto decisivo: la Bolkestein non dice che i balneari debbano sparire, né che debbano essere espropriati, né che debba vincere sempre il massimo offerente. Dice però che non si possono perpetuare proroghe automatiche e vantaggi di fatto per l’uscente su un bene pubblico scarso. La normativa italiana più recente, cioè il decreto-legge n. 131/2024 convertito nella legge n. 166/2024, ha cercato di rimettere ordine alla materia, ma il quadro resta molto litigioso. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ancora nel febbraio 2026, ha sostenuto che molte proroghe restano in contrasto con l’articolo 12 della direttiva e quindi giuridicamente fragili. (Gazzetta Ufficiale)
Che cosa cambierebbe davvero per i “bagnini”
Nel linguaggio della Riviera, “bagnini” spesso significa i gestori degli stabilimenti, non i soli addetti al salvataggio. Per loro il cambiamento vero è questo: la spiaggia non sarebbe più un titolo sostanzialmente perpetuo, trasmesso di generazione in generazione con rinnovi di fatto garantiti, ma una concessione a termine assegnata tramite gara pubblica. Questo significa almeno cinque cose concrete.
La prima: la posizione dell’uscente non sarebbe più blindata. L’esperienza maturata può essere valorizzata, ma non trasformarsi in una rendita automatica. La seconda: i Comuni devono motivare e pubblicizzare criteri, durata, investimenti richiesti, qualità del servizio, sostenibilità ambientale e, in teoria, anche la tutela del lavoro. La terza: chi oggi gestisce uno stabilimento dovrebbe separare molto meglio ciò che è bene pubblico da ciò che è impresa privata. La spiaggia resta pubblica; l’attività economica sopra quella spiaggia è concessa a tempo. La quarta: il valore economico della concessione emergerebbe di più, perché una gara rende visibile quanto quel pezzo di arenile valga davvero. La quinta: per molte imprese familiari si aprirebbe una transizione difficile, perché il modello economico costruito in decenni di continuità amministrativa verrebbe sottoposto a concorrenza. Tutto questo discende dalla giurisprudenza UE e dalla disciplina nazionale adottata per superare le procedure di infrazione.
Va poi detto con chiarezza che l’impatto non riguarda solo i concessionari. Cambierebbe anche per i lavoratori stagionali, per i fornitori, per i servizi di spiaggia e per i Comuni. Se la gara fosse fatta bene, il pubblico potrebbe ottenere più qualità, più trasparenza, più canone e criteri sociali migliori. Se fosse fatta male, invece, il rischio sarebbe una corsa al rialzo puramente finanziaria o una stagione di contenziosi senza fine. Il nodo vero, quindi, non è “gara sì o no”, ma “come si disegna la gara”. (Gazzetta Ufficiale)
Genova e Rimini: due laboratori molto diversi
Genova ha scelto di muoversi prima e di esporsi. Il Comune ha pubblicato gli avvisi per l’assentimento delle concessioni balneari già nell’ottobre 2024, e nel febbraio 2025 ha comunicato l’aggiudicazione delle prime 14 concessioni per le quali non erano arrivate istanze concorrenti, presentandosi come “esempio virtuoso” e sostenendo di aver costruito procedure “a prova di ricorso”. In sostanza, Genova ha scelto una linea: aprire le procedure, assumersi il rischio amministrativo, e provare a dimostrare che il passaggio alla gara è gestibile. (Comune di Genova)
Rimini, invece, è diventata quasi un simbolo nazionale del conflitto tra modello storico della Riviera e diritto europeo. Da una parte c’è la centralità economica e identitaria degli stabilimenti; dall’altra c’è il fatto che proprio il nome “Balneari Rimini” è finito in una pronuncia della Corte di giustizia del 2025. Nel frattempo il Comune ha più volte lavorato su proroghe, piani dell’arenile e preparazione delle gare; nel 2026 la discussione locale si è concentrata su una prima tranche di concessioni o aree di ombreggio da mettere a bando. Rimini, insomma, non è ferma, ma si muove dentro un equilibrio più politico e socialmente esplosivo di quello genovese.
La differenza fra le due città è quasi paradigmatica. Genova ha un fronte balneare importante ma non identitario come la Riviera romagnola. Rimini, invece, ha costruito sul sistema spiaggia una parte enorme del proprio immaginario economico e sociale. Per questo ogni gara lì vale molto più di un semplice procedimento amministrativo: tocca famiglie, marchi storici, equilibri di quartiere, turismo, occupazione, e perfino il racconto pubblico della città. (Treccani)
Il caso Rimini: davvero i concessionari pagano troppo poco?
Qui bisogna distinguere tra slogan e numeri.
Nel 2024, secondo i dati rilanciati dalla stampa locale a partire dagli elenchi pubblici dei canoni, le 410 concessioni di Rimini versavano complessivamente al demanio 3.192.957,78 euro; a queste si aggiungevano la Darsena con 170.443,60 euro e il Talassoterapico con 41.298,58 euro. Sempre per il 2024, i chioschi di spiaggia risultavano collocati sul canone minimo nazionale, pari a circa 3.225,50 euro. (Chiamami Città)

Messa così, la cifra totale non è “zero”. Anzi, oltre 3,19 milioni per il solo arenile riminese non sono un’inezia. Il problema, però, non è soltanto l’ammontare assoluto: è il rapporto tra canone pagato, valore economico generato e scarsità del bene pubblico utilizzato. La Corte dei conti, nella memoria sul decreto-legge 131/2024, ha indicato introiti effettivi complessivi per circa 151 milioni di euro, che arrivano a circa 155 milioni considerando voci collegate, e ha osservato che il canone medio delle concessioni balneari è di circa 6.000 euro annui, definendolo ancora “molto contenuto”. (Documenti Camera)
Ed è qui che esplode la polemica: non tanto perché tutti paghino cifre simboliche, ma perché il prelievo pubblico appare spesso basso rispetto al valore economico privato che quelle concessioni consentono di estrarre. Se uno stabilimento opera su migliaia di metri quadri di arenile in una delle spiagge più sfruttate d’Europa, con ombrelloni, cabine, ristorazione, eventi, servizi e spesso forte riconoscibilità commerciale, allora il tema non è solo “quanto versa”, ma “se versa una quota congrua del valore che trae da un bene pubblico limitato”. Questo è il cuore politico prima ancora che giuridico della vicenda. (Documenti Camera)
Il confronto con la Spagna: più virtuosa, ma attenzione ai confronti facili
Dire che “la Spagna è più virtuosa” ha un fondamento, ma va spiegato bene per non trasformarlo in uno slogan superficiale.
Il sistema spagnolo della costa parte da un’impostazione più netta del dominio pubblico marittimo-terrestre. Il Ministero per la Transizione Ecologica ricorda che ogni occupazione del demanio marittimo-terrestre con opere o installazioni non smontabili, o con installazioni smontabili che richiedono più di quattro anni, è soggetta a preventiva concessione dello Stato. La Ley de Costas del 1988 e le sue successive modifiche hanno mantenuto come idea di fondo la prevalenza dell’uso pubblico della costa e una disciplina più rigida dell’occupazione privata. (miteco.gob.es)

In più, in Spagna si vedono molto più chiaramente gare, canoni di partenza e procedure comparative su singoli lotti di spiaggia. Alcuni esempi recenti aiutano a capire il punto. A Barcellona, la nuova licitazione per i chiringuiti e i servizi di spiaggia per quattro stagioni ha un valore complessivo di circa 2,4 milioni di euro e riguarda 14 posizioni; il bando, inoltre, pesa meno il solo criterio economico e più la qualità del servizio, la sostenibilità e la responsabilità sociale. A Cambrils, nel 2026, i nuovi chiringuiti sono usciti a gara con canoni annui di partenza da circa 18.076 fino a oltre 28.480 euro per singola concessione, con possibilità di rilancio al rialzo. (totbarcelona.cat)
Questo non significa che si possano prendere quei numeri e incollarli automaticamente su Rimini. Barcellona ha un modello urbano, turistico e amministrativo diverso; Cambrils riguarda chiringuiti, non l’intero sistema degli stabilimenti romagnoli. Però il confronto è utile per una ragione: mostra che in altri contesti mediterranei il bene spiaggia viene valorizzato con procedure pubbliche più esplicite, con canoni di partenza più visibili e con criteri qualitativi meglio formalizzati. (miteco.gob.es)
Quanto guadagnerebbe lo Stato o il sistema pubblico con un modello più simile a quello spagnolo?
Qui bisogna essere onesti: si possono fare solo stime indicative, non equivalenze scientifiche.
Prendiamo Barcellona. Se il valore del contratto è 2,4 milioni per quattro anni e 14 posizioni, la media teorica è di circa 42.857 euro annui per lotto. Applicare meccanicamente quella media alle 410 concessioni riminesi produrrebbe un introito teorico di circa 17,57 milioni di euro l’anno, contro i 3,19 milioni indicati per il 2024: cioè oltre 14 milioni in più. Ma sarebbe un esercizio puramente illustrativo, perché mette a confronto oggetti non identici. (totbarcelona.cat)

Più prudente è guardare ai chioschi. A Rimini, i chioschi di spiaggia nel 2024 pagavano circa 3.225,50 euro, il minimo di legge; i chioschi risultavano 75. Se, per pura ipotesi, quei 75 lotti pagassero un canone di partenza simile al minimo visto a Cambrils, cioè circa 18.000 euro annui, il gettito teorico salirebbe a circa 1,35 milioni l’anno solo per i chioschi. Sarebbe molte volte superiore al livello ottenuto con il minimo nazionale. Anche qui: non è una previsione, ma un ordine di grandezza utile a capire perché il sistema italiano venga accusato di sottovalutare economicamente il demanio marittimo. (Chiamami Città)
Il vero punto, quindi, non è sostenere che “basterebbe copiare la Spagna” per moltiplicare il gettito. Il punto serio è un altro: oggi in Italia esiste uno scarto evidente fra il valore pubblico della risorsa spiaggia e la rendita che il sistema concessorio riesce a restituire allo Stato e ai Comuni. La Corte dei conti lo dice con il linguaggio sobrio delle istituzioni: canoni medi ancora contenuti. La polemica politica lo traduce in modo più brutale: pagano troppo poco per usare beni pubblici di altissimo valore commerciale. (Documenti Camera)
Ma in Romagna i bagni hanno davvero fatto crescere famiglie intere? Sì, storicamente è vero
Qui la risposta, storicamente, è sì.
Rimini inaugura il primo stabilimento balneare attrezzato dell’Adriatico nel 1843. Da lì parte un processo lungo che trasforma il litorale da margine sabbioso a macchina economica, urbana e simbolica. Fonti del Comune di Rimini e della promozione turistica cittadina ricordano come i bagni abbiano inciso profondamente sul tessuto economico e urbanistico locale. Treccani, parlando della Riviera romagnola, la descrive come uno dei riferimenti nazionali e internazionali del turismo balneare e ricostruisce il passaggio dal turismo di massa del Novecento a modelli più recenti. (Visit Rimini)
In Romagna, infatti, la spiaggia non è stata solo un settore economico: è stata una filiera sociale. Attorno agli stabilimenti sono cresciuti nuclei familiari, attività stagionali, mestieri, reti di fornitura, piccoli investimenti, identità di quartiere. Il “bagnino” romagnolo è stato insieme gestore, mediatore, conoscitore dei clienti, organizzatore di servizi, presidio sociale e imprenditore minimo. Questo non è folklore: è una parte reale della storia economica della Riviera. (Treccani)
Dire questo, però, non chiude la discussione. Che il sistema abbia dato da vivere a molte famiglie è vero; che questo, da solo, basti a giustificare proroghe infinite su beni pubblici, invece, è il punto contestato dal diritto europeo e dalle autorità concorrenziali. In altre parole: la storia sociale della Riviera spiega perché il tema sia esplosivo, ma non elimina il problema giuridico ed economico della concorrenza e della valorizzazione del demanio.
Il confronto con il resto d’Europa (e uno sguardo rapido al mondo)
Se il confronto con la Spagna è quello più immediato per cultura e modello turistico, allargando lo sguardo al resto d’Europa emerge un quadro ancora più interessante: l’Italia è un’anomalia, soprattutto per la durata e la continuità delle concessioni.
In Francia, ad esempio, il demanio marittimo resta rigidamente pubblico e le concessioni sono temporanee, spesso stagionali o comunque limitate nel tempo. Le cosiddette plages privées della Costa Azzurra vengono assegnate tramite procedure pubbliche con criteri stringenti: percentuale minima di spiaggia libera, obblighi ambientali e qualità dei servizi. Il rinnovo automatico di fatto non esiste.
In Portogallo il modello è ancora più esplicito: le concessioni balneari vengono messe a gara con durata definita e criteri che includono sostenibilità, accessibilità e servizi al pubblico. Anche qui, la continuità del gestore uscente non è garantita, ma può essere valorizzata come elemento tecnico, non come diritto acquisito.
In Grecia, negli ultimi anni, si è assistito a una forte stretta: il governo ha introdotto piattaforme digitali per le concessioni e controlli più severi contro l’occupazione abusiva delle spiagge. Anche in questo caso, l’obiettivo è rendere trasparente l’uso di un bene pubblico e massimizzare il ritorno economico per lo Stato.
Se mettiamo insieme questi modelli, emerge un punto chiave: in gran parte d’Europa la spiaggia è trattata in modo molto più esplicito come bene pubblico da valorizzare tramite concessioni temporanee e competitive, non come spazio stabilmente “assegnato” a operatori storici.
Uno sguardo fuori dall’Europa
Fuori dall’Europa, il quadro è ancora più variegato, ma tende a rafforzare la stessa logica.
Negli Stati Uniti, molte spiagge sono integralmente pubbliche e le attività private (come noleggi o servizi) sono fortemente regolamentate a livello locale, con concessioni limitate e controlli stringenti.
In Australia e Nuova Zelanda, l’accesso pubblico alla costa è considerato un principio quasi intoccabile, e le concessioni commerciali sono marginali rispetto alla fruizione libera.
Al contrario, in alcune aree dell’Asia sud-orientale o dei Caraibi, esistono modelli più privatizzati legati ai resort, ma spesso inseriti in sistemi concessori chiari e economicamente molto più onerosi per gli operatori rispetto a quelli italiani.
Il punto chiave
Guardando l’Europa e il mondo, emerge una verità scomoda ma difficile da ignorare:
l’Italia non è “sotto attacco”, ma è semplicemente in ritardo nell’allinearsi a un modello già diffuso altrove, dove:
- il bene spiaggia è inequivocabilmente pubblico
- le concessioni sono temporanee
- il valore economico viene esplicitato tramite gare
Il nodo, quindi, non è se cambiare, ma come farlo senza distruggere un sistema economico locale che, soprattutto in Romagna, ha funzionato per decenni.
La questione politica vera
Il punto più serio non è scegliere fra due caricature — “i balneari sono tutti privilegiati” contro “Bruxelles vuole distruggere la Riviera” — ma capire come tenere insieme quattro obiettivi.
Primo: rispettare il diritto europeo e chiudere la stagione delle proroghe eterne. Secondo: evitare che gare scritte male distruggano imprese sane e lavoro stagionale. Terzo: far emergere finalmente il vero valore economico del demanio marittimo. Quarto: riconoscere che in territori come Rimini la spiaggia è anche storia locale, non solo mercato.
Genova ha scelto di correre avanti e sperimentare. Rimini, inevitabilmente, si muove in un terreno più fragile perché lì la spiaggia è una struttura profonda della città. Ma il problema non sparisce: prima o poi il passaggio dovrà essere affrontato. E quando lo sarà, la discussione decisiva non sarà se i bagni romagnoli “meritano rispetto” — lo meritano eccome, come fenomeno storico ed economico — ma se quel rispetto possa convivere con gare vere, canoni più congrui e un uso meno opaco di un bene che resta pubblico. (Comune di Genova)
Una posizione personale (ma non ideologica)
Arrivati a questo punto, è giusto anche dirlo chiaramente: io sono favorevole a un cambiamento del sistema delle concessioni balneari.
Non per una questione ideologica, né per “fare un favore all’Europa”, ma per un principio molto semplice:
un bene pubblico non può trasformarsi, nel tempo, in una proprietà privata di fatto trasmissibile per generazioni.
La spiaggia non è un capannone industriale costruito da un imprenditore. Non è un’attività nata su un terreno acquistato. È un bene naturale limitato, appartenente alla collettività. E quando un bene così diventa accessibile sempre alle stesse persone, senza reale possibilità di accesso per altri, qualcosa si rompe.
Detto questo, sarebbe profondamente ingiusto ignorare la realtà:
in territori come la Riviera romagnola, gli stabilimenti balneari non sono semplici attività economiche. Sono storie familiari, investimenti, lavoro, relazioni costruite nel tempo. Sono, in molti casi, imprese vere che hanno contribuito a creare valore per intere città.
Ed è proprio qui che sta il punto delicato.
Cambiare è giusto. Farlo male sarebbe un errore enorme.
Perché una gara costruita senza criterio rischia di: premiare solo chi offre di più economicamente, penalizzare chi ha costruito valore reale nel tempo, trasformare la spiaggia in un puro asset finanziario.
Mentre una gara fatta bene potrebbe fare esattamente il contrario: valorizzare esperienza, qualità del servizio e radicamento territoriale, aumentare il ritorno economico per lo Stato, mantenere viva la struttura sociale ed economica locale.
Il tema, quindi, non è difendere lo status quo né distruggerlo.
Il tema è uscire da una zona grigia che dura da troppo tempo, dove un bene pubblico viene gestito con logiche a metà tra concessione e proprietà.
E forse la domanda più onesta da farsi è questa:
vogliamo un sistema che protegga chi c’è già, oppure un sistema che sia giusto anche per chi oggi non ha accesso?
Se la risposta è la seconda, allora il cambiamento non è solo inevitabile.
È anche necessario.

