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Quasi pronto...
 

2 anni e mezzo per 50 metri sott’acqua!

Ci sono obiettivi che, a raccontarli, sembrano quasi banali. Cinquanta metri. Una vasca. Delle pinne. Eppure, quando decidi di farli in apnea, senza respirare, quei cinquanta metri diventano qualcosa di completamente diverso, una distanza che si dilata, che mette alla prova non solo il corpo ma soprattutto la testa. Erano ormai due anni e mezzo che cercavo di arrivarci. Ogni mattina, nella piscina olimpionica dello Stadio del Nuoto di Riccione, a neanche cinquecento metri da casa, entravo in acqua con quell’obiettivo fisso, sapendo che probabilmente anche quel giorno mi sarei fermato prima della fine.

Apnea 50 metri in vasca con pinne: un mio nuovo record

All’inizio non c’era storia. A malapena riuscivo a fare 25 metri, spesso partendo dal trampolino, e già lì arrivavo al limite. Il corpo chiedeva aria, la testa iniziava a spingere verso la superficie e tutto finiva troppo presto. Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a cambiare. Non tanto nei muscoli, quanto nella gestione di quello spazio interno che sta tra il bisogno di respirare e la capacità di restare calmi. La vera differenza, col tempo, l’ha fatta una pratica che avevo imparato quasi per caso, grazie a una mia amica di cui oggi, sinceramente, non so nemmeno più che fine abbia fatto. La meditazione buddhista. Prima di entrare in acqua mi fermo, respiro e ripeto per almeno dieci minuti Nam-myoho-renge-kyo. Non c’è nulla di esoterico in questo, almeno per come lo vivo io. È un modo concreto per abbassare il battito cardiaco, per rallentare tutto, per entrare in acqua già in uno stato diverso. Ed è lì che cambia il risultato.

Perché l’apnea, per come l’ho capita io, non è trattenere il fiato. È gestire il proprio stato interno. Anche se dall’esterno può sembrare una cosa semplice, c’è tutta una preparazione invisibile: il controllo del respiro, l’attenzione a non iperventilare, il tentativo di ridurre al minimo ogni tensione inutile. Basta un pensiero sbagliato, un accenno di ansia, e il corpo consuma più ossigeno, il battito sale e la vasca diventa improvvisamente troppo lunga. Quando invece riesci a stare calmo, a muoverti in modo fluido, senza sprechi, tutto cambia. Non è forza, è economia.

L’apnea non è un gioco. Io non la faccio mai da solo.

C’è poi un aspetto che non va mai sottovalutato, e su cui vale la pena essere molto chiari. L’apnea non è un gioco. Io non la faccio mai da solo. C’è sempre un bagnino o comunque qualcuno che mi osserva. Il motivo è semplice: esiste il rischio di sincope da apnea, il cosiddetto blackout ipossico, che può arrivare anche senza segnali evidenti. Il corpo consuma ossigeno, ma il cervello non sempre manda un avviso in tempo. E perdere conoscenza sott’acqua è una cosa che non lascia margine di errore. Per questo, anche per pochi metri, serve sempre qualcuno che tenga d’occhio la situazione. Non è allarmismo, è semplicemente buon senso.

Arrivare a quei cinquanta metri, alla fine, è stato un momento quasi strano. Non c’è stato un trionfo, non c’è stato un gesto eclatante. Semplicemente ho toccato il bordo opposto. E lì ho capito che quel limite, che per due anni e mezzo era stato davanti a me, in realtà si era spostato. Perché cinquanta metri in apnea con le pinne, per un apneista esperto, sono nulla. Ma per una persona normale, senza una preparazione agonistica specifica, rappresentano già un traguardo più che dignitoso. Per me sono stati una conferma: che la costanza funziona, che la testa conta più del fiato e che certe cose, se le costruisci piano, arrivano.

Un grazie a…

E poi ci sono i ringraziamenti, quelli veri, quelli che vengono fuori quasi senza pensarci. Devo dire che, in un modo o nell’altro, devo ringraziare Stefania che senza saperlo mi ha portato a superare questo limite, come tanti altri che abbiamo attraversato insieme, nel bene e nel male. Un grazie a Sante, Luca, Daniele, Fabio e anche al mio amico Umberto, a cui penso quasi sempre quando mi immergo, per quel discorso dell’acqua nelle orecchie che in questo caso non c’entra nulla, ma ormai è diventato un riflesso automatico. Ringrazio Claudia che con il suo solito umorismo mi ricorda sempre che devo stare attento perché prima o poi ci crepo a fare apnea, sempre pessimista su questa cosa, ma in fondo anche questo serve a tenere i piedi per terra. Un pensiero anche al mio cardiologo, che mi ha detto che ho un cuore fortissimo per gli sforzi e per l’apnea, ma sensibilissimo ai sentimenti, e forse ha ragione. Grazie alla Giulia e alla Cristiana che simpatizzano per il nuoto, alla Geo che è tornata in piscina, a Cristian che ogni tanto mi fa i video mentre provo queste cose e a tutti i signori che sopportano di vedermi passare sotto di loro mentre nuotano, e a quelli che ogni tanto si sono anche spaventati vedendo passare un “pesce” sotto in vasca. Un saluto a tutte le signore dell’acquagym e anche una piccola scusa, perché ogni tanto parto lanciandomi dalla pedana che sarebbe riservata a loro… ma dai, lasciatemelo fare, non faccio niente di male.

Adesso non è che tutto si fermi qui. Anzi. La cosa più interessante è proprio questa: ogni volta che raggiungi un limite, ne compare subito un altro un po’ più in là. E quindi si continua. A nuotare, certo, ma soprattutto a lavorare su quel silenzio interiore che, alla fine, è la vera chiave di tutto. Perché l’apnea, se proprio devo dirla in modo semplice, non è restare senza respirare. È riuscire, anche solo per qualche decina di metri, a stare bene senza averne bisogno.

L’apnea non è solo tecnica o allenamento, ma un arte…

E forse è proprio questo il punto. Che anche l’apnea, come il nuoto, non è solo tecnica o allenamento, ma è qualcosa che si impara col tempo, con gli errori, con la testa e con quello che ci portiamo dentro. Un po’ come l’amore. Non lo impari in un giorno, non lo controlli davvero, ma se ci stai dentro fino in fondo, prima o poi qualcosa cambia. E quando succede, te ne accorgi.

Stephen Kleckner

Stephen Augustus Kleckner è un imprenditore italiano ed ex sistemista informatico. Nato a Riccione e cresciuto tra Romagna e Liguria, ha sviluppato fin da giovane una visione indipendente e curiosa del mondo. Dopo un percorso nella tecnologia e nell’analisi dei sistemi, oggi opera nel settore degli appartamenti ad uso turistico, affiancando competenze tecniche a esperienza imprenditoriale. Ha fondato RICCIONE TV e ha lavorato nella comunicazione digitale e nella produzione video. Ha svolto il servizio militare nell’Aeronautica Militare e ha seguito corsi universitari di fisica. Appassionato di mare e navigazione, ha percorso oltre 50.000 miglia a vela e circumnavigato più volte l’Italia. Pratica nuoto e trekking, ama la natura e lo sci. È profondamente interessato alla fisica, al pensiero scientifico e alla comprensione dei fenomeni complessi. Mantiene uno sguardo critico su pseudoscienza, fake news ed estremismi, privilegiando sempre spiegazioni basate su evidenze verificabili. Tra le sue passioni personali ci sono i LEGO, Star Trek e le auto d’epoca, in particolare una Mini Morris del 1964. Nel suo blog condivide riflessioni, esperienze reali e analisi su scienza, relazioni e realtà contemporanea, con un approccio diretto e senza filtri.

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Stephen Augustus Kleckner è un imprenditore italiano ed ex sistemista informatico. Nato a Riccione e cresciuto tra Romagna e Liguria, ha sviluppato fin da giovane una visione indipendente e curiosa del mondo. Dopo un percorso nella tecnologia e nell’analisi dei sistemi, oggi opera nel settore degli appartamenti ad uso turistico, affiancando competenze tecniche a esperienza imprenditoriale. Ha fondato RICCIONE TV e ha lavorato nella comunicazione digitale e nella produzione video. Ha svolto il servizio militare nell’Aeronautica Militare e ha seguito corsi universitari di fisica. Appassionato di mare e navigazione, ha percorso oltre 50.000 miglia a vela e circumnavigato più volte l’Italia. Pratica nuoto e trekking, ama la natura e lo sci. È profondamente interessato alla fisica, al pensiero scientifico e alla comprensione dei fenomeni complessi. Mantiene uno sguardo critico su pseudoscienza, fake news ed estremismi, privilegiando sempre spiegazioni basate su evidenze verificabili. Tra le sue passioni personali ci sono i LEGO, Star Trek e le auto d’epoca, in particolare una Mini Morris del 1964. Nel suo blog condivide riflessioni, esperienze reali e analisi su scienza, relazioni e realtà contemporanea, con un approccio diretto e senza filtri.

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