🎃 La prima zucca
Ci sono cose che sembrano banali finché non ti accorgi che, in realtà, non le hai mai fatte. Una zucca di Halloween, per esempio. Sembra una sciocchezza, una di quelle cose che tutti hanno fatto almeno una volta nella vita, sopratutto un ragazzo con il padre americano ed i parenti inglesi. E invece no!
Io, fino a quella sera, non ne avevo mai fatta una. E la cosa strana è che, da come sono cresciuto, si sarebbe detto il contrario.
Con mio Padre c’era proprio il piacere delle feste, di viverle davvero: Natale, ricorrenze, tradizioni. Non era mai un obbligo, anzi, era qualcosa di bello. Eppure Halloween con lui non l’ho mai passato, e quindi quella cosa lì, così simbolica, così “ovvia” per certi versi, mi è sempre rimasta fuori: vista tante volte, sì, ma mai vissuta davvero in prima persona. Fino a quando è successa.
Era una sera di fine ottobre, quasi per caso, una di quelle serate che non erano neanche previste così; forse, a pensarci bene, io quella sera lì non dovevo neanche esserci. E invece c’ero. La zucca sul tavolo, un disegno incerto, il classico momento in cui nessuno sa bene da dove iniziare: non lo sapevo io, non lo sapeva neanche lei, forse l’unico che lo sapeva era più piccolo di tutti e ci siamo guardati più di una volta come per dire “ok… e adesso?”.

Poi, semplicemente, abbiamo iniziato. Le mani dentro la zucca, i semi da togliere, il disordine che prende forma, il disegno che cambia, viene corretto, migliorato: non perfetto, ma sempre più nostro. Ed è lì che è successo qualcosa di semplice ma raro: ognuno ha trovato il suo posto, chi ha iniziato, chi ha corretto, chi ha dato forma, senza dirlo, senza pensarci. Quando è arrivato il momento di tagliare non ci ho pensato troppo, ho preso il coltello e ho iniziato, e mi è venuto naturale, che paura di fare un disastro! Ed invece è stato facilissimo. Questa è la cosa che ancora oggi mi colpisce di più: non l’avevo mai fatto in vita mia, eppure sapevo cosa fare, come se quella cosa fosse sempre stata lì, solo in attesa del momento giusto per uscire.
E alla fine la zucca era lì, finita, messa un po’ nel forno ad asciugare. Poi le candeline, la luce che si accende piano, il buio intorno, e quel momento in cui ti fermi a guardarla: sembra una cosa da niente, e invece no, perché in quel momento mi sono sentito accolto. È una parola precisa, e non ne trovo una migliore: accolto, dentro qualcosa che non aveva bisogno di essere definito, ma che assomigliava profondamente a una famiglia, non costruita, non dichiarata, semplicemente vissuta.
Prima ancora c’era stato tutto il resto: i semi tolti con le mani, qualcuno che diceva di asciugarli, qualcun altro meno convinto, il forno acceso e poi spento, poi di nuovo acceso, le piccole discussioni leggere che poi diventano ricordi, quelle cose che mentre le vivi sembrano normali ma che in realtà sono già memoria. Alla fine la zucca l’ho messa fuori, come mie era stato richiesto, lì, davanti a casa quasi a protezione, un po’ come a protezione, un po’ come una esposizione dell’esperienza, un’installazione artistica, come tutti i ragazzini vorrebbero la sera di Halloween fuori dalla porta, compreso me.
E mi ricordo perfettamente il momento dopo, quando sono uscito e mi sono girato a guardarla: era lì, accesa, e ho provato una felicità piena, semplice, difficile da spiegare. Non era solo per me, era anche per lui, perché in quel momento ho capito che avevo fatto qualcosa di importante: avevo realizzato, con cura, qualcosa che desiderava davvero, avevo seguito quello che mi aveva chiesto, cercando di farlo nel modo giusto.
Perché a volte non si tratta di fare le cose bene, si tratta di avere la sensibilità di capire gli altri e, quando puoi, di realizzare un loro piccolo sogno. Forse è per questo che quella sera mi è rimasta così dentro, perché non era solo la prima volta che facevo una zucca, era la prima volta che, in una cosa così semplice, mi sono sentito esattamente nel posto giusto.
E certe sensazioni non fanno rumore, ma non se ne vanno più.

